di piazza della Loggia, se aveva qualche ammissione da fare sul suo lavoro di investigatore, se voleva sciogliere qualche dubbio o rimarcare qualche convinzione, è ormai troppo tardi. Tutto quello che sapeva di quella terribile mattina del 28 maggio di quarant’anni fa - quando lui era in Sardegna a testimoniare a un processo - che ha cambiato per sempre la storia della città di Brescia, resterà per sempre un mistero. L’ex generale dei carabinieri, uomo di spicco dell’Arma, protagonista di inchieste di successo, pedina importante nelle indagini sui casi Calvi, Carboni e Pazienza, radiato dopo la condanna per truffa ai danni dell’imprenditore Giuseppe Soffiantini, accusato di concorso nella strage di piazza Loggia e infine assolto, è morto ieri pomeriggio, stroncato da una malattia che lo aveva afflitto negli ultimi anni e che non gli ha dato scampo. Per essere curato si era ritirato a Santa Marinella, sul litorale romano, in una casa di riposo per anziani. Lì è rimasto a lungo, dopo un altrettanto lungo periodo in ospedale. Ma medici e medicine non hanno potuto alcun miracolo: ieri il cuore dell’uomo, «carabiniere nell’anima», che vestiva con orgoglio la divisa nera, ha cessato di battere per sempre. La malattia gli aveva impedito, come lui stesso aveva dichiarato subito dopo l’assoluzione nel processo d’appello per la strage di piazza della Loggia, di essere presente in aula: «Sono stato in ospedale per 14 mesi di fila, per tutta la durata del processo. Se non fossi stato malato sarei venuto a Brescia». Ma a Brescia l’ex generale Delfino, nell’aula della corte d’assise presieduta da Enrico Fischetti in primo grado e da Enzo Platè in appello, non si è mai presentato. Il carabiniere passato da investigatore a imputato, considerato vicin co alla Destra, sospettato di essere «Palinuro», quello che di notte andava alle riunioni segrete con chi voleva sovvertire l’ordine dello Stato, non ha mai varcato la soglia del tribunale di Brescia per rispondere dell’accusa mossa dai pubblici ministeri Roberto Di Martino e Francesco Piantoni: «Sapeva che si stava organizzando la strage, ma non ha fatto nulla per impedirla». Un’accusa infamante che Delfino ha sempre respinto. Le sentenze bresciane gli hanno dato ragione: l’ex generale è stato assolto. E i giudici d’appello hanno anche confermato parzialmente la validità della sua intuizione investigativa originaria indicando nel verdetto Ermanno Buzzi come il basista della strage, il «gancio» bresciano, l’uomo che sapeva della manifestazione organizza dal comitato antifascista per il 28 maggio per dire basta alla violenza, dopo la morte di Silvio Ferrari, saltato per aria il 19 maggio in piazza Mercato mentre portava una bomba sul predellino della sua Vespa. Delfino fu assolto in primo grado, assoluzione confermata anche in appello. Ma una parte civile, Giuseppe Montanti, con l’avvocato Alessandro Magoni l’ha «trascinato» anche in Cassazione (rischiava di dover liquidare le parti civili in caso di un nuovo processo e di una eventuale condanna). Ma i giudici romani hanno stabilito che un nuovo processo d’appello deve esserci solo per Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, mentre hanno messo la parola fine alla vicenda processuale per Delfo Zorzi e per lo stesso Delfino. Figlio di un maresciallo dei carabinieri, Delfino era nato a Platì, in provincia di Reggio Calabria, il 27 settembre 1936. Figlio d’arte, nell’Arma trova la sua piena realizzazione. Ha avuto un ruolo di primo piano in inchieste legate a mafia, criminalità comune, politica e stragi terroristiche. Ma per i bresciani Delfino resterà per sempre legato alla strage, lo ricorderanno investigatore e lo ricorderanno imputato. Con il rammarico di non aver avuto accesso ai suoi tanti segreti. Il Corriere