Dopo la lettura fatta sul vostro giornale in merito all’emigrante medio che, sempre di più non riesce a tenere vivo il legame che lo unisce alla sua terra natia, mi è stata consigliata la lettura di un romanzo scritto da Carmine Abate anch’egli emigrato calabrese in Trentino-Alto Adige, con il quale egli ha vinto il premio Campiello , rassegna letteraria a livello nazionale.
“La verità è che i luoghi esigono fedeltà assoluta come degli amanti gelosi: se li abbandoni, prima o poi si fanno vivi per ricattarti con la storia segreta che ti lega a loro; se li tradisci, la liberano nel vento, sicuri che ti raggiungerà ovunque, anche in capo al mondo”. Così, Carmine Abate sintetizza il suo libro “La Collina del vento”. I luoghi natii, ecco, in questo caso l’enigmatica collina del Rossarco, vicino Cirò, che vanno trattati da persone vere e proprie, con cui confrontarci, da proteggere e preservare e di cui bisogna mantenere ogni segreto che ti lega ad essi e che, naturalmente, non devi mai abbandonare perché ciò che sei e che, inevitabilmente, ti appartiene non deve mai essere trascurato. Bisognerebbe iniziare ad immagine i luoghi in cui sei diventato qualcuno, in modo diverso, non con gli occhi malinconici di chi pensa a come era bello il passato ma con quelli innamorati di un “moroso” che progetta un futuro migliore per sé e la sua terra. Carmine Abate, ne “La collina del vento”, dà vita ad un romanzo dal ritmo serrato e dal linguaggio seducente, che parla di una famiglia, gli Arcuri, che abitava le pendici ventilate del Rossarco che può essere considerata simbolo della lotta contro i soprusi e le intimidazioni mafiose, che parte da Alberto, il tenace patriarca, agli inizi del ‘900, passa per i suoi tre figli soldati nella Grande Guerra e per tutte le sue donne forti e sensuali, e giunge fino a Umberto Zanotti-Bianco, tenace sostenitore dei diritti al lavoro dei Meridionali, all’affascinante Torinèsia e all’ultimo degli Arcuri, uomo dei nostri giorni, che sceglie di andare lontano. Quindi, la Collina del vento, si può considerare la saga appassionata e coinvolgente, epica ed eroica di una famiglia che nessuna avversità riesce a piegare, che nessun vento potrà mai domare, anche quello impetuoso tipico del Rossarco. Il rapporto famiglia-terra, ecco, che è un valore comune che ormai sembra essere svanito nel nulla, ma bisognerebbe che si insegnasse alle generazioni future il senso dell’amore verso la propria terra, facendola così propria, e raccontare ad esse tutta la storia della propria razza, la loro storia, proprio come promise Rino Arcuri a suo padre, Michelangelo, nel loro ultimo e commovente abbraccio. Un amore disinteressato verso la propria terra che trova il suo culmine nel seppellimento di Marisa nel Rossarco, sotto le pendici dell’ulivo gigante, per suo volere per fare sì che ella non morisse mai perché diventerà nutrimento per le radici della pianta sotto cui è stata deposta e il suo corpo non si spegnesse mai, proprio come la storia della famiglia Arcuri, che mai tramonterà. Il libro parla, inoltre, della società contadina del ‘900, di cui la famiglia Arcuri ne fa parte, sempre dimenticata da tutti e sempre, e costantemente, in lotta per i propri diritti e contro chi voleva ostacolare il loro lavoro e di ciò gli Arcuri ne sono prova inconfutabile. Una tradizione contadina familiare che ormai sembrerebbe svanita poiché questo lavoro richiede sforzi, economici e manuali, non indifferenti, in questa condizione di arretratezza in cui ci troviamo, ma la tradizione contadina siamo noi, ci rappresenta da secoli, e fa parte della nostra storia e che quindi, come ho già detto, deve essere preservata. Ora, concludendo, vorrei fare un appello a chi abita lontano e, per qualche motivo certamente valido, non passa molto tempo con la propria terra, magari se leggeste “La collina del vento” vi verrebbe voglia di tornare nel vostro territorio natio, magari, per scoprire qualche suo altro segreto, un vostro segreto, da raccontare, poi, con orgoglio e fervore a chi verrà dopo di voi.
Paolo Ciampà
2°C Scuola Media “Anna Frank”





