Nell’augurare al neo-eletto un buon lavoro, a partire dal prossimo anno accademico questi assumerà l’incarico di condurre la nave-unical nei perigliosi mari in cui navigano le università italiane e meridionali, e quanti vivono, lavorano e studiano nell’Ateneo di Arcavacata si aspettano un vero e proprio ‘cambio di rotta’ per l’Unical, per come ampiamente si è già discusso e richiesto nella lunga campagna elettorale che ha preceduto l’elezione del 31 luglio.
Anzitutto l’Università della Calabria ha bisogno di partecipare attivamente, con voce alta e ferma, alla politica nazionale per la difesa e il rilancio della formazione e della ricerca pubblica, di qualità e di massa. Come Sel propone fin dalla sua nascita avvenuta sotto lo slogan ‘riaprire la partita per l’Italia’, l’Università e la ricerca italiana devono essere considerati ‘beni pubblici essenziali’; devono essere presto superati tutti i tagli ai finanziamenti che nel corso di questi anni l’una e l’altra hanno subito ad opera delle destre al potere (tagli lineari di Tremonti-Gelmini, o l’indifferenza del Ministro Profumo). L’Università e la ricerca, infatti, anche all’Unical, sono state indebolite entrambe, e sistematicamente, con l’impoverimento del personale, docente e non, con il blocco del turnover, con il blocco dei salari, con meccanismi mortificanti contro i tanti precari che vi hanno operato e vi operano, e con la revisione in senso autoritario degli Statuti di autonomia.
Anche all’Unical, sotto una regia ideologica di natura gelminiana, il vero potere accademico si è spostato dagli organi di indirizzo scientifico e politico democraticamente eletti (come il Senato accademico) ad organi di mera gestione economica. Urge perciò la rivisitazione della governance dell’Ateneo per renderlo più democratico, più inclusivo e partecipativo. Non lo chiedono solo i docenti ma tutte le componenti dell’Ateneo (studenti, ricercatori, sindacati, Pta).
Dopi i guasti alla didattica del sistema del 3 più 2, l’università italiana si è del tutto ‘licealizzata’, chiudendosi in una netta divisione dei saperi che l’ha condotta a specialisti e micro-specialismi, buoni solo per garantire cattedre e rendite assicurate i sistemi di gestione dei gruppi più forti.
Per noi di Sel invece l’università deve essere l’istituzione del sapere complesso, dei saperi critici; anche l’Unical come tutte le università pubbliche devono mettere in campo strategie che non seguano il mercato del lavoro italiano, ma piuttosto che costituiscano a svecchiarlo, puntando sulla innovazione e la creatività.
Per noi di Sel l’Università pubblica non è una sede di potere (aziendalistico, localistico o mercatistico ...) ma è la sede del sapere critico e del libero insegnamento delle “arti” e delle “scienze”, secondo quanto indica e garantisce la Costituzione italiana.
Per noi di Sel l’Università pubblica non è una fonte di mere opportunità, né un ufficio di collocamento, ma una istituzione dove si formano e si esercitano – criticamente - i diritti e i doveri di cittadinanza. In questo senso, l’Università italiana, ed anche l’Unical, nelle sue varie componenti, deve sempre di più difendere la propria autonomia e libertà; deve cioè difendere non semplicemente la propria autonomia finanziaria (con tasse non regressive e sproporzionate), ma la propria autonomia rispetto a ogni potere economico e politico.
Per noi di Sel, il ‘diritto allo studio’ degli studenti, dei giovani, rappresenta la capacità di proiettare se stessi, la propria storia, la propria cultura all’interno di una dimensione che parli di futuro.
Per noi di Sel, finanziamento alla ricerca (di base ed applicata) non deve essere sinonimo di “spreco”.
Per noi di Sel, garantire la possibilità di formazione a tutti significa anche garantire borse di studio progressive in base alle condizioni economico-patrimoniali degli studenti - per i dottorandi di ricerca a totale copertura - e sviluppare residenze studentesche che non rappresentino dei semplici dormitori, ma luoghi dove la vita incontra il sapere.
Per noi di Sel, anche all’Unical bisogna con cura guardare alle altre esperienze universitarie europee (campus, didattica innovativa, ecc..), dove il guardare significa aprire lo sguardo oltre l’autoreferenzialità del ‘piccolo mondo antico’ che non basta più.
Infine, per noi di Sel, bisogna con cura superare il feticcio della valutazione, che esiste e si riproduce in molte mitologie del pensiero unico attualmente dominante, delmainstreamig, di quel liberismo applicato al sapere che ha “contagiato tutti gli istituti della formazione della persona”, raccontando - come già detto da Vendola - “la favola di un modello aziendale funzionale e vincente”. La valutazione dunque, in Italia come all’Unical, va ripensata nei criteri e negli scopi, in modo da essere indipendente, equa ed inclusiva, garantendo a tutta la comunità scientifica la possibilità di partecipazione, di pluralismo e di ‘libera ricerca’.
Caro Rettore,
per noi di Sel l’Università pubblica o è democratica, o non è.
Anche nell’Unical non è più possibile sospendere la democrazia in nome delle (presunte) urgenze del rigore e della spending review.





