dev'essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a' delitti, dettata dalle leggi”. Così scriveva Cesare Beccaria a conclusione del suo trattato “Dei Delitti e delle pene”, composto nel 1763 e pubblicato nel 1764 al quale, nel 250° della pubblicazione, l’Associazione Culturale Anassilaos, Sezione Giovani, dedica un incontro che si terrà martedì 11 febbraio alle ore 18,00 presso la Sala di San Giorgio al Corso con l’intervento del Prof. Antonino Romeo e di Tito Tropea, Presidente Anassilaos Giovani. L’opera di Beccaria, che ebbe una immensa risonanza sia sui legislatori che sui pensatori successivi, si proponeva di evidenziare i difetti delle legislazioni giudiziarie a lui contemporanee, e, nello stesso tempo, di avanzare delle possibili soluzioni per porre rimedio alle lacune e alle ingiustizie dei vari sistemi penali. Egli partiva dal Contratto Sociale di Jean Jacques Rousseau secondo il quale gli uomini hanno sacrificato una parte delle loro libertà accettando di vivere secondo le regole della comunità, in cambio di una maggiore sicurezza e di una maggiore utilità. L’autorità dello Stato e delle leggi è quindi da considerarsi legittima fino a quando non supera i limiti che i cittadini hanno accettato in nome del bene comune. Le leggi, al fine di tutelare la libertà dei più contro le sopraffazioni di taluni stabiliscono delle regole la cui violazione presuppone una sanzione in nome dell’interesse generale e per questo occorre che esse siano formulate in maniera chiara e comprensibile – cosa che non sempre avviene anche al presente - poiché l’oscurità di esse conduce spesso a interpretazioni varie e quindi arbitrarie che favoriscono gli abusi. Partendo da tale premessa Beccaria afferma la necessità di rendere pubblici i giudizi e manifesta una opposizione netta alla tortura e alla pena di morte. Intanto egli distingue tra peccato e reato. Il reato è un danno alla società e quindi un vulnus al patto tra gli uomini che ha dato origine alla stessa mentre il peccato è un reato che l'uomo compie nei confronti di Dio, che quindi può essere giudicabile e condannabile solo dallo stesso “Essere perfetto e creatore”. Quanto alla pena di morte quale strumento per prevenire i reati Beccaria sostiene che non è l’intensità della punizione (“Intensione”) a prevenire i reati quanto la certezza della pena e la sua prontezza (Non è l'intensione della pena che fa il maggior effetto sull'animo umano, ma l'estensione di essa; perché la nostra sensibilità è piú facilmente e stabilmente mossa da minime ma replicate impressioni che da un forte ma passeggiero movimento…Non è il terribile ma passeggiero spettacolo della morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà, che, divenuto bestia di servigio, ricompensa colle sue fatiche quella società che ha offesa, che è il freno piú forte contro i delitti.). Egli quindi critica l’eccessiva lunghezza dei processi. ( “Quanto la pena sarà piú pronta e piú vicina al delitto commesso, ella sarà tanto piú giusta e tanto piú utile. Dico piú giusta, perché risparmia al reo gli inutili e fieri tormenti dell'incertezza, che crescono col vigore dell'immaginazione e col sentimento della propria debolezza; piú giusta, perché la privazione della libertà essendo una pena, essa non può precedere la sentenza se non quando la necessità lo chiede. La carcere è dunque la semplice custodia d'un cittadino finché sia giudicato reo, e questa custodia essendo essenzialmente penosa, deve durare il minor tempo possibile e dev'essere meno dura che si possa. Il minor tempo dev'esser misurato e dalla necessaria durazione del processo e dall'anzianità di chi prima ha un diritto di esser giudicato. La strettezza della carcere non può essere che la necessaria, o per impedire la fuga, o per non occultare le prove dei delitti. Il processo medesimo dev'essere finito nel piú breve tempo possibile) perché in tal caso viene meno il nesso tra reato e conseguente punizione. In tutta l’opera Beccaria si rivolge a quella che ritiene essere l’utilità pratica dei provvedimenti adottati o da adottare. Egli si tiene lontano- e ciò gli è stato rimproverato - da considerazioni di ordine morale anche quando tratta della tortura e della pena di morte ma è da ritenere che ciò sia stata una scelta voluta. Egli condanna l’uso della pena di morte intesa come strumento per prevenire delitti - una considerazione che avanzavano ieri e avanzano oggi nel mondo tutti i sostenitori della pena capitale - senza ricorrere a valutazioni etiche o di ordine religioso, suscettibili di interpretazioni diverse attraverso il tempo e lo spazio, ma dimostrandone l’inutilità sul piano pratico. Egli è figlio del suo tempo ma l’operetta composta duecentocinquanta anni fa- scrive il Presidente di Anassilaos Giovani Tito Tropea - ha ancora oggi molto da suggerirci dal momento che molte delle problematiche richiamate dal Beccaria (giusto processo, certezza della pena, brevità del processo, carcerazione preventiva) sono al centro del dibattito politico e culturale del nostro Paese.
Anassilaos: 250° anniversario pubblicazione “Dei delitti e delle pene” di Beccaria
In una nota stampa si legge “…perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino,





