il territorio regionale delle Marche. Ancora una volta si parla di dissesto idrogeologico durante le fasi emergenziali, quando, con affanno, si riparano i danni prodotti dall'evento disastroso di "turno". Adesso sicuramente la politica evidenzierà tanti buoni propositi, parlerà di prevenzione, di programmazione e di messa in sicurezza delle aree a rischio. Tuttavia - lo sappiamo bene - domani, come ritornerà la bella giornata, superata la criticità, assisteremo alla solita scena che si ripete ormai sistematicamente da tempo: tutto i buoni proposti di strategia di prevenzione finiranno puntualmente nel dimenticatoio; si rimarrà in attesa del prossimo evento disastroso, aspettando di conoscere quale sarà la prossima regione a "soffrire". L'82% dei Comuni italiani è interessato da aree ad alto rischio idrogeologico, come peraltro dimostrato anche dagli eventi dell'ultima stagione autunno-inverno che non hanno risparmiato nessuna regione del nostro Paese: prima la Toscana, poi la Liguria, poi ancora la Toscana, quindi le Marche, poi il luttuoso evento in Sardegna, poi la Sicilia, la Calabria, l'Emilia Romagna, il Lazio, la Campania, e ancora la Liguria e la Toscana, ed ecco ancora - in piena primavera - un altro evento nelle Marche. E' uno scenario al quale non è più possibile assistere passivamente. E, con un pò di indifferenza, si continua a lesinare sulle risorse da destinare per la difesa del suolo. Si preferisce intervenire in emergenza, post evento, pur sapendo che ciò, oltre ad esporre a rischio la pubblica incolumità (come è successo il 2 e il 3 maggio a Senigallia), costerà economicamente tanto di più che intervenire in prevenzione. I geologi e le altre figure professionali di settore sono ormai definiti come "i professionisti del giorno dopo", deputati a stimare e a progettare soltanto in emergenza gli interventi per mitigare il rischio e riparare i danni prodotti dai fenomeni di dissesto idrogeologico di "turno". Puntualmente, dopo ogni evento di dissesto idrogeologico, viene ricordato che anche il nostro territorio regionale è fragile: che la Calabria è una delle regioni a più alto rischio idrogeologico; che tutti i 409 Comuni della Calabria presentano almeno un'area perimetrata a rischio elevato; che nel territorio regionale esistono circa 8.000 frane già censite nel 2001 dal PAI (Piano di Assetto Idrogeologico), che aspettano l'evento piovoso "giusto" per attivarsi e creare danni; che sono tante le aree a rischio di alluvione. Ciò malgrado in Calabria si continua a sottovalutare la manutenzione del territorio. Si procede con lentezza nell'attuazione degli interventi programmati per la mitigazione del rischio idrogeologico, di cui all'accordo di programma tra Ministero dell’Ambiente e Regione Calabria, che prevede l'investimento di 220 milioni di euro per la realizzazione di 185 interventi mirati alla risoluzione delle criticità più urgenti. Quello che accade sul fronte dei rischi territoriali nel nostro Paese è inaccettabile, non soltanto in termini ambientali ma anche in termini di impatto economico e sociale. E' auspicabile che il Piano "Terra Ferma" annunciato recentemente dal Primo Ministro Matteo Renzi, che prevede circa 1,6 miliardi di euro per la messa in sicurezza del territorio, venga almeno concretizzato in tempi brevi. E' auspicabile che i programmi dei candidati alle prossime elezioni Europee contengano iniziative atte a portare all'attenzione del Parlamento di Bruxelles il grave problema dei rischi territoriali del nostro Paese.
Francesco Fragale
Presidente dell'Ordine dei Geologi della Calabria





