quotidianamente la trama fittizia di relazioni che si tessono, troppo spesso, nell’ambito della refrattarietà di un pensiero malato che logora l’essere umano nei termini della sua diversità. Questa si manifesta in diversi aspetti fra i quali troviamo la sua cultura, il colore della sua pelle, la sua sessualità o il suo sesso.
È in questo contesto che si introduce la trattazione di questo articolo, che vuole affrontare una delle teorie emergenti del mondo contemporaneo in relazione all’uomo, al suo genere e alla sua sessualità; parliamo della “gender theory” o “teoria del genere”.
Si tratta sostanzialmente di uno studio che si livella su più piani. Da un punto di vista bioetico scinde il connubio di sesso biologico e genere: se il primo è determinato dalla nascita, il secondo deriva dalla vita e dall’atteggiamento in società; un individuo ha perciò in natura il suo essere uomo o donna, e “in coscienza” il proprio genere che sia maschile, femminile o anche neutro. Da un punto di vista puramente etico vuole dirompere l’eterosessismo presentando una distribuzione paritaria dei diritti, ed è per questo motivo che, infine, da un punto di vista sociologico, viene preso a modello da alcuni movimenti femministi e omosessuali.
Osservando superficialmente la questione potremmo considerarla una teoria rivoluzionaria in positivo, un’arma in più nella lotta contro il diniego e l’emarginazione. Ma è davvero così?
Se è vero che spesso nel corso della storia la donna è stata considerata un’entità inferiore e, forse di meno rispetto al passato, continua ad essere reputata come tale, se è vero che l’omosessualità tutt’oggi è vittima di chiusura mentale e discriminazione, se è vero che l’omofobia, in qualsiasi forma si presenti è pratica di violenza, è vero anche che avere pari diritti non implica uniformità: un uomo e una donna, per esempio, hanno uguale diritto di avere un bambino ma, anche analizzati da un punto di vista anatomico, sappiamo che entrambi presentano delle differenze strutturali per cui il parto, ad esempio, dovrebbe essere esclusivamente compito della madre, cosa che la teoria del genere non accetta.
Un altro punto della teoria, a mio avviso discutibile, è il “contro-eterosessismo”. Può una teoria che ammette uguaglianza, permettere la discriminazione di una visione che possiamo definire “tradizionalistica” della coppia e della famiglia? Ognuno è libero di vivere la sessualità a proprio modo, senza dover essere oggetto di razzismo, omosessuale o eterosessuale che sia. Pertanto è utile smentire l’assioma secondo cui “omosessualità è uguale a omofobia”; possiamo invece affermare che ne sia spesso una delle vittime come lo è invece, in questa trattazione, l’eterosessualità. È quindi evidente la fatiscenza di questo ulteriore punto dell’analisi.
In diverse istituzioni la teoria del genere sta già investendo la vita di molti cittadini.
È bene, quindi, che il Mondo la accolga nelle vesti di una sorta di teoria ‘’eugenetico - etica’’ o è da considerarsi quasi un’ “abiura” alla pura natura della specie umana?
“Diversità” assume un suono diverso a seconda della voce che lo pronuncia e del contesto, c’è un diverso vibrare di timbro e di emozioni, di ideologie e di cultura. “Diversità” non è necessariamente una realtà negativa, ammette il vivere di un mondo vario, di un uomo unico radicato in un ambiente univoco, “diversità” investe la società nella sua globalità.
Impariamo a non accettare acriticamente tutto quello che il mondo nella sua poliedricità ci propone, l’accettazione e la rassegnazione sono spesso i concetti trapelanti dall’analisi di un rapporto di criticità passiva fra uomo e società. Vogliamo davvero sacrificare la nostra libertà con uno studio che ci promette di tutelarla?
Elisa Papalia IV A Liceo Scientifico Oppido Mamertina





